mercoledì 18 settembre 2013

Frasi Motivazionali



"Preferisco avere l'1% degli sforzi di 100
persone anzichè il 100% dei miei sforzi
personali"

John Paul Getty






www.sitetalk.com/giov66

venerdì 30 dicembre 2011












Tratto dal libro "Dai Mondi Invisibili" 


di GIOVANNI BORTOLI




Da ciò che è stato esposto fino ad ora, possiamo desumere che, ai fini dell'ampliamento della coscienza individuale attraverso le molteplici incarnazioni, esiste un trinomio indissolubile: legge di evoluzione, di reincarnazione, di causa ed effetto o karma. Appare così chiaramente che la vita dell'uomo non è un collaudo del suo spirito, ma una vera e propria nascita spirituale.
L'uomo non è provato per vedere se resiste alla lusinga del male, oppure per vedere se la sua fede è solida, ma ha delle esperienze affinché nasca spiritualmente; per questo il problema della libertà individuale è - per ovvi motivi - centrale ad una visione evoluzionistica e karmica dell'umana esistenza e valido come tale, poiché non ogni evento della nostra vita è univocamente prestabilito, visto che rimangono, nel corso evolutivo di ognuno, degli spazi vuoti, dei momenti in cui l'individuo, svincolato dalla legge di causa ed effetto, sceglie la sua azione sui diversi piani (azione, desiderio, pensiero); scelta che, come si vedrà, sia pur restando di ugual peso evolutivo, conosce gradi diversi di ampiezza e perciò, potremmo dire, diverse qualità.
Il perno centrale, su cui poggia l'impostazione data in queste pagine al problema della libertà, sta nel principio, conosciuto tanto dalla tradizione filosofica occidentale quanto da quella orientale, per cui lo "spazio" di libertà in cui ogni individuo si muove, cresce in misura direttamente proporzionale al suo grado di conoscenza. Si tratta qui, evidentemente, non di una conoscenza intellettuale, ma di un'"acquisizione di coscienza", il cui momento qualificante non è dato da una "manipolazione" di concetti. Tale manipolazione - tuttavia - può non mancare, ed anzi spesso è necessaria, se non altro per organizzare in un discorso compiuto, l'esperienza morale e renderla così oggettiva e comunicabile. Ritornando al momento qualificante, esso è dato da un'intima ed immediata tensione dell'animo verso ciò che, al suo stadio attuale di maturazione e di consapevolezza, si presenta come intrinsecamente "buono".
Da ciò consegue che la crescita morale dell'individuo lo rende libero non perché lo pone nelle condizioni di volere e fare qualunque cosa, bensì perché lo sospinge sempre di più verso ciò che alla sua coscienza si rivela come ideale di "bene", in tendenziale armonia con il fine d'amore che regola l'universo. Rivelazione che, evidentemente, si fa sempre più ampia, ricca e complessa - ed allo stesso tempo, semplice, immediata - a mano a mano che l'individuo progredisce nel suo cammino evolutivo.
E questa evoluzione dell'individuo, questo ampliamento della sua coscienza, si attua anche indipendentemente da una sua specifica e cosciente volontà di progredire (si può forse dire che una volontà latente ed inconscia di progresso è in qualche misura sempre presente in ognuno). Il che significa che l'individuo tende sempre e comunque a farsi più libero ed in ciò risiede la ragion d'essere di una sdrammatizzazione e semplificazione del problema della libertà, la quale - è bene chiarirlo subito - riguarda il problema della libertà solo nei suoi termini teorici di fondo, senza perciò nulla togliere alle difficoltà e inquietudini del momento individuale e concreto della scelta che, per ciascuno, avviene "qui" ed "ora".
                       *  *  *
Prima di affrontare questo ponderoso argomento è opportuno dire subito che il problema della libertà individuale non risulta così assillante. Infatti le leggi cosmiche sono infrante sia che l'uomo agisca di spontanea volontà, sia sotto un'influenza.
A coloro che sono abituati a pensare in termini di responsabilità, verrà istintiva una domanda: "L'uomo, allora, ha colpa di ciò che compie nell'ignoranza e nella coercizione?". Per rispondere a questo interrogativo, occorre tenere sempre presente il principio che l'esistenza dell'uomo non è una riabilitazione, non è una prova atta a stabilire se debba meritare un premio o un castigo, ma è una nascita vera e propria. Infrangendo, consapevolmente o no, liberamente o coercitivamente le leggi cosmiche, l'uomo subirà degli effetti, avrà delle esperienze le quali allargheranno in lui la coscienza e ne determineranno la nascita spirituale. Il dolore che l'uomo incontra non è il castigo di una colpa commessa, ma l'ultimo rimedio al quale si è costretti a ricorrere per fargli comprendere una Verità.
Premesso ciò, il problema del libero arbitrio cade, ma è pure sempre interessante  conoscere in quale misura l'uomo è libero, e di quale tipo è questa libertà.
Non occorre criticare coloro che affermano la libertà assoluta degli uomini: che ciò non sia è più che evidente. L'uomo, o l'individuo, sarebbe assolutamente libero nella scelta se questa si maturasse in un'atmosfera di vuoto assoluto, oppure in un'atmosfera nella quale l'Assoluto è egualmente presente; ma il nulla assoluto non esiste, quindi rimane valida la seconda condizione: è assolutamente libero chi ha raggiunto la massima evoluzione, chi ha presente il Tutto con eguale intensità. Per l'uomo, quindi, non è il caso di parlare di libertà assoluta. La libertà dell'uomo è relativa e cresce proporzionalmente all'evoluzione. Ciò è logico: infatti, se un individuo poco evoluto avesse una grande libertà, moverebbe tante cause che lo soffocherebbero, mentre - essendo la libertà proporzionale all'evoluzione, e cioè alla coscienza - esiste un controllo naturale che restringe il campo di azione degli inevoluti in modo che questi possono muovere solo tante cause da non restare soffocati.
Ma dire chela libertà dell'uomo non è assoluta, non significa che l'uomo non abbia alcuna libertà.
Libertà assoluta vuol dire assenza di ogni e qualunque limitazione, come assenza di libertà vuol dire assoluta coercizione. Fra questi due estremi è compresa la libertà dell'individuo dal suo manifestarsi nel piano fisico come cristallo, all'apice della sua evoluzione come superuomo.
Non solo, ma se esaminiamo la libertà di un uomo di media evoluzione, vediamo che esiste egualmente questa scala data da:
1) Azioni che egli compie (o subisce) irrevocabilmente per karma, cioè per gli effetti delle cause che egli ha mosse in precedenti incarnazioni (assenza di libertà).
2) Azioni che egli compie per sua libertà relativa, per le quali la scelta è stata influenzata da una necessità (libertà spuria).
3) Azioni che egli compie, sempre nell'ambito della sua libertà relativa, ma al di fuori di qualunque influenza (libertà pura).
Libertà pura, naturalmente, non vuol dire assoluta.
Per essere assolutamente libero, l'uomo - come prima è stato detto - non dovrebbe subire alcuna influenza in tutte le decisioni da prendersi, mentre la libertà pura si riflette in una, o poco più, decisioni prese al di fuori delle influenze. Solo nell'uomo massimamente evoluto la libertà pura si identifica con la libertà assoluta, in quanto tutte le decisioni sono prese al di fuori di ogni influenza.
Riassumendo: la libertà in genere è la possibilità che ha l'individuo di mettere in atto certi suoi proponimenti. Questa libertà può essere goduta in misura diversa, cioè essere assoluta o relativa.
La libertà è sempre un attributo in quanto non esiste in modo a sé  stante. La libertà è una conseguenza dell'evoluzione; quanto più l'individuo è evoluto, tanto più è libero. La legge di evoluzione, invece esiste in modo a sé  stante. La libertà è un attributo dell'evoluzione. E' assolutamente libero chi non patisce di alcuna limitazione.
Le limitazioni possono essere di ordine intimo: mancanza di capacità; oppure di ordine esterno: impedimenti alla realizzazione di un proponimento. Ad esempio: si può avere la capacità di scrivere un romanzo, ma non avere il tempo per farlo (limitazione esterna).
La misura della libertà si determina nell'attimo in cui l'individuo si propone di fare qualcosa. 
Ad esempio: fino a che non ci si proporrà di volare non si determinerà la limitazione che sorge dal non avere questa possibilità
L'assenza di desiderio rende l'individuo indeterminatamente libero. Assenza di limitazione significa anche non essere sottoposti ad alcuna influenza. Tale condizione si realizza in due soluzioni: l'una negativa, l'altra positiva; cioè è assolutamente libero l'individuo che è posto in un ambiente interiore ed esteriore di vuoto assoluto, o l'individuo che ha presente, con eguale intensità, il Tutto.
Il libero arbitrio, quindi, non esiste in modo assoluto per l'uomo, in quanto egli è influenzato da innumerevoli fattori d'ordine intimo ed esterno. L'uomo ha un libero arbitrio relativo, in quanto gode di una libertà relativa. Il fatto che l'uomo sia sottoposto ad alcune influenze e limitazioni, non vuol dire che l'uomo sia privo di ogni e qualsiasi libertà, bensì che l'uomo non gode della libertà assoluta.
Totale assenza di libertà, significa assoluta coercizione. Quindi, nell'assenza di libertà non si può parlare di semplici (o complesse) influenze che volgono l'individuo ad un'azione, ma addirittura di fattori coattivi che non lasciano possibilità di scelta.
E' facile capire che l'uomo non gode di una libertà assoluta; la libertà relativa di cui gode l'uomo gli concede un certa gamma di azioni e la possibilità di realizzare alcuni suoi proponimenti, ma ciò non vuol dire che i proponimenti che l'uomo può attuare nascano in un'atmosfera di libertà, perché possono essere dettati da certe necessità. In questo caso l'uomo ha solo la libertà di soddisfare la necessità che ha dettato il proponimento, ma il proponimento non è frutto della sua libertà. Quindi essendovi inoltre proponimenti che l'uomo non può attuare, nonostante la sua necessità (assenza di libertà in quel senso), e proponimenti che non sono frutto di alcuna necessità, ma frutto di un'intima libertà individuale, occorre distinguere così:
- Libertà relativa che si divide in:
1) libertà pura: ed è quella libertà nell'ambito della quale le azioni non sono determinate né da influenze esteriori, né da necessità;
2) libertà spuria: ed è la possibilità di attuare o soddisfare certi desideri o necessità.
- Assenza di libertà, che si distingue in:
1) parziale, quando solo un certo numero di azioni è predestinato;
2) totale, quando ogni e qualsiasi evento dell'esistenza è preordinato nei minimi particolari (ad esempio, il processo di cristallizzazione, prima manifestazione di vita).
Che cos'è quindi libertà? Per libertà deve intendersi assenza di limitazioni: uomo libero è quindi colui che è al di fuori di ogni influenza, che non ha necessità alcuna, che non conosce limitazione alcuna, che può fare tutto quello che vuole.
La libertà cresce con l'evoluzione dell'individuo, è quindi relativa a questa; quando l'individuo ha raggiunto il massimo dell'evoluzione, gode della più ampia libertà.
Tuttavia l'individuo evoluto non compie certe azioni; si può allora considerare questi limitato? No, dal momento che libertà significa poter compiere tutto quello che si vuole; l'individuo evoluto non vuole compiere quelle azioni; sarebbe limitato nel momento che dovesse compierle, perché allora farebbe qualcosa contro il suo sentire.
Se poi certe azioni si "dovessero" compiere, egli le vorrebbe.
L'individuo evoluto quindi è limitato al proprio sentire, al proprio essere, in altre parole a se stesso. Ora essere limitati a se stessi significa non essere liberi?
Per l'individuo non evoluto sì, perché se anche potesse fare tutto quello che può desiderare o pensare o sentire, vi potrebbero essere altri pensieri, desideri, sentimenti, azioni oltre quelli che egli ha.  
Ma l'individuo che ha raggiunto la massima evoluzione, essendo questi consapevolmente uno col Tutto, si identifica con l'Assoluto e, quindi, il suo sentire è illimitato come l'essere; allora - laddove non vi è limitazione alcuna - vi è assoluta libertà.
Disegnata così a grandi tratti quale sia la condizione di libertà dell'individuo giunto ad un alto livello di evoluzione, viene spontaneo volgere lo sguardo alla nostra attuale condizione ed esaminarla più specificamente alla luce dell'impostazione generale del problema. Si tratta, più precisamente, di vedere quali siano i margini di libertà, entro cui già ora possiamo operare per favorire il nostro cammino evolutivo:
"Se si vuole avere un'idea chiara di quale libertà di arbitrio possono usufruire le creature, si deve paragonare l'entità che organizza la forma più semplice di vita (il cristallo) ad un'equazione di primo grado, in cui una sola è la soluzione; le entità superiori a questa ad equazione di grado superiore al primo, fino a giungere a Dio-Assoluto, paragonato ad un'equazione di grado infinito in cui infinite solo le soluzioni. La libertà è rappresentata dalle soluzioni disponibili".






martedì 27 dicembre 2011








                           di GIOVANNI BORTOLI




 Ogni uomo, nel corso della sua vita, si chiede anche reiteratamente se la morte del suo corpo trarrà seco quell'io sono che è dimostrazione della sua esistenza.

 
La paura della propria morte è un coacervo di timori, apprensione per l'ignoto, orrore che la morte in sé rappresenta, panico al pensiero che sia dolorosa, peritanza arrecata dall'istinto di conservazione, sgomento per dover lasciare il proprio mondo, ma soprattutto terrore del nulla, cioè che cessi quell'io sono, quel sentirsi d'esistere che proviamo vivendo e che crediamo sia attributo proprio e particolare della vita del corpo.

 
Se si riuscisse a trovare la certezza che l'io sono, che si crede faccia esistere, non cesserà, forse una buona dose dello spavento che la morte infonde vorrebbe meno.

 
Chi vuol vederci chiaro, intanto, deve tener presente che la coscienza di esistere, il sentirsi d'essere, non è legato all'io, essendo il senso dell'io il prodotto delle limitazioni e di un conseguente errato modo di concepire la Realtà.

 
Il sentirsi di esistere non viene mai meno.
Chi, con un rapido esame, si volge indietro a cercare nel suo passato una conferma a questa affermazione, può restare perplesso. Nel sonno, la coscienza di esistere viene meno? Certamente no; questo lo affermano anche gli studiosi della materia. Il fatto che certi sogni si dimentichino subito, al rientro nello stato di veglia, e che quindi nel ricordo vi sia una lacuna che può dare l'idea di una vacanza del senso di esistere, non significa che un vuoto vi sia stato effettivamente.
Sapreste ricordare nei particolari che cosa avete fatto tre anni fa?
Probabilmente non lo ricordate, eppure lo avete vissuto, eppure il vostro sentirvi esistere  era presente anche allora, in quella porzione della vostra esistenza che, ora, costituisce un vuoto nel ricordo.

 
Nel coma, invece, come nella anestesia totale, come nel cosiddetto riposo dell'Ego, sembrerebbe che effettivamente la coscienza d'esistere venisse meno per un certo tempo. Tuttavia la spiegazione è facile:  il tempo oggettivo non esiste; quella che sembra una soluzione di continuità nel sentirsi di esistere dell'addormentato, per lui non lo è affatto; lui sente di esistere senza interruzione quello che per gli altri è un tempo lunghissimo; per lui è come andare a capo nella lettura, come voltare una pagina. Sono gli altri che vivono situazioni, fotogrammi, episodi che lui non vive. Il suo sentirsi di essere non si arresta in attesa che gli altri vivano ciò che debbono vivere, ma scorre nelle successive situazioni che deve sperimentare senza arresti, senza soluzione di continuità, sia che gli altri contino un'ora o un giorno o un anno.

 
Questa esperienza, in qualche modo, la si può costatare anche col sonno naturale del corpo fisico. Talvolta vi sembra di aver dormito un attimo e invece sono passate ore. Talaltra sembra di aver dormito lungamente ed invece si è trattato di un breve tempo. La differente valutazione è dovuta al fatto che nel primo caso si è dormito profondamente, cioè senza ricordare i sogni fatti; nel secondo, invece, il ricordo del sogno e più netto del consueto. Tutto ciò ci conferma che il tempo, oltre ad essere un fattore relativo sul piano della fisicità, è anche estremamente soggettivo sul piano individuale, cioè ognuno ha la cognizione del trascorrere del tempo solo in funzione della successione degli avvenimenti che percepisce, veri o sognati che siano.

 
Allorché cessa la percezione - comprendo in questo termine anche la ricezione o il ricordo dei pensieri - cessa l'idea del trascorrere del tempo ed il sentirsi di esistere scorre senza soluzione di continuità, saltando a pie' pari la durata degli avvenimenti di cui non si è avuta percezione proprio perché non v'è durata se non v'è avvenimento.

 
In realtà non esiste una storia che con un tempo oggettivo scorra, distribuendo con la cadenza temporale a ciascuno le proprie esperienze:  ma la storia assume l'aspetto di evento oggettivo proprio per la parte in comune di tutte le storie individuali che essa rappresenta. E se, nella serie degli eventi di una situazione cosmica che vede unite dieci persone, la decima non deve percepire quello che è in comune alle altre nove (per esempio il paziente di una operazione chirurgica con totale anestesia, allora tale decima persona non deve attendere che il tempo sia passato per continuare a sentirsi d'essere e perciò a esistere, ma passa subito alla sua prossima situazione da percepire, quella in cui gli altri la vedono destarsi. E non potrebbe essere diversamente da così; infatti il non sentirsi d'essere equivale a non esistere; perché la vita è coscienza; l'esistere è coscienza d'essere.

Se mancasse la coscienza d'essere, che nella sua forma più elementare è solo sensazione, mancherebbe l'esistenza. D'altra parte, anche logicamente, si comprende che non sentirsi di esistere equivale al sentirsi di non esistere; e com'è possibile che si senta di non esistere? Se non si esiste, non si può sentire; e se si sente vuol dire che si esiste.
 

Il sentirsi di esistere va oltre i cambiamenti di umore, oltre i desideri, oltre i pensieri, pur essendo vero che nella condizione di esistenza umana  è proprio l'attività quale azione, quale emozione che lo incentiva.
Il sentirsi di esistere va oltre anche i cambiamenti di personalità. Il fanciullo che cresce e diventa uomo muta sensibilmente il suo modo di concepire il mondo, i suoi gusti, i suoi interessi, tanto che se non vi fosse il sentirsi di esistere che, ininterrotto, lega il fanciullo all'uomo che è divenuto, si potrebbe benissimo dire che si tratta di esseri distinti.

Il sentirsi di esistere, unendo due stati d'essere diversi, dà la garanzia che si tratta di un solo essere. 

Ma questa garanzia ha valore assoluto? Non potrebbe trattarsi del sentirsi di esistere che scivola su tanti stati d'essere diversi secondo una qualche successione logica?
E quindi dare l'idea di un solo essere che muta il suo sentire? O, più ancora, trattarsi di tanti sentirsi di esistere che si rivelano, affermando la loro esistenza nella Eternità secondo una successione determinata dall'ampiezza della realtà da ciascuno contenuta, come una catena ininterrotta che conduca all'affermazione del più grande sentirsi d'essere, quello " assoluto ", termine d'ogni separazione e perciò d'ogni successione: sentire di Eterno Presente e di Infinita Presenza?


Senza arrivare a cotanta vastità, a un simile vertice, che è anche base di tutto, appare chiaramente che il sentirsi d'essere considerato a prescindere da quelli che chiamate stati d'animo contingenti, a prescindere dalla personalità che muta, rimane ininterrotto al di là del mutare della forma fisica. E quindi non è irragionevole credere che ne sia totalmente svincolato, tanto da sussistere in modo indipendente da essa quand'essa non è più.

Il sentirsi di esistere è il sentire del quale tanto vi parliamo, considerato nella sua forma più elementare, più limitata: è l'atomo del sentire. La massima espressione del sentire, quello che non conosce limitazioni, è il sentire assoluto.
Ad ogni caduta di limitazione corrisponde un sentire sempre più ampio; sempre più volto, aperto, proteso verso gli altri.
Altre volte vi abbiamo accennato a questo processo del graduale rivelarsi del sentire; vi abbiamo detto che inizialmente si svolge ed ha luogo per mezzo di stimoli di varia natura:  sensori, intellettivi, sentimentali, che l'individuo riceve principalmente vivendo nel mondo fisico. Che cosa significa, per l'uomo, « vivere », nel senso più esteso? Certo non v'è bisogno che ve lo illustri: la vita, con la sua fatica, le sue paure, le sue incertezze, con gli slanci, le speranze, le gioie, insomma con le sue esperienze che trovano nell'intimo dell'uomo il crogiolo in cui si trasforma il metallo vile in oro, la vita è la forza motrice per una simile metamorfosi. Ma il processo è graduale, le limitazioni cadono una alla volta.


Quand'è che cade una limitazione? - direte -  durante la vita fisica o dopo?
Va tenuto presente che la caduta di una limitazione è tutto un processo che può occupare più vite, in cui l'individuo può giungere a comprendere, ad assimilare una certa Verità, può sperimentare personalità l'una in antitesi all'altra. La limitazione cade quando l'individuo può operare una sintesi delle esperienze vissute ed imperniate su quella data limitazione. E non si creda che sintetizzare le esperienze vissute o trarne il conseguente significato sia un fatto prettamente intellettivo; gli impulsi che l'esperienza elargisce colpiscono l'intimo essere ed operano una trasformazione che fa maturare e predisporre alla comprensione finale.

Nessuno capisce, comprende ed accetta una Verità se non è pronto, maturo, predisposto. Nella sintesi finale dell'esperienza, che comprende varie fasi, gioca un ruolo importante la mente individuale;  tuttavia il suggello finale non verrebbe apposto, l'insegnamento dell'esperienza non diverrebbe « natura acquisita », ad opera della sola mente  se tutto l'individuo, con l'intero suo essere, non l'avesse vissuta. Ciò che la mente fa nella sintesi finale, che trasforma l'esperienza in natura acquisita, è una sola parte del processo di rivelazione dell'essere vero. Premesso questo, vediamo quando avviene la sintesi finale dell'esperienza che fa cadere la limitazione del sentire, rivelandosi così un sentire più ampio.

Mi riferirò ad una situazione che ricorre abbastanza frequentemente. E voi tenete presente che tutte le cadute delle limitazioni del sentire umano avvengono analogamente.
Nella cosiddetta evoluzione individuale - che altro non è che un cambiamento di scopo dell'attività esistenziale della propria persona, così da spostare il proprio interesse, prima rivolto su di sé, agli altri - puo' esservi una fase in cui l'individuo, dopo aver cercato vantaggi materiali ed essersi accorto che essi al massimo durano quanto il corpo fisico, ha un cambiamento di direzione del suo interesse e della sua attività, persegue vantaggi che, secondo lui, possono seguirlo oltre la morte.

Questa risoluzione l'individuo la prende, come generalmente tutte le altre, dopo la morte, quando con la maturazione raggiunta alla fine della sua vita rivede e rivive la sua esistenza e trae la conclusione che ho detto e che a lui sembra la più vera.
Ha così una vita in cui è dedito ai riti religiosi, ma non con il giusto sentire, bensì solo formalmente, per meritarsi la benevolenza e il premio divino. In questa seconda esperienza - che è anch'essa solo una parte di quella esperienza totale che lo condurrà alla caduta di una limitazione del suo sentire - comprende che Dio non ama più chi lo loda di quanto ami chi lo bestemmia, e che la religiosità non dà, da parte di Dio, alcuna particolare protezione né alcun vantaggio materiale. 
 
Anche questa conclusione, generalmente, la trae dopo il trapasso, quando raggiunta una data maturazione attraverso il vivere rivede la sua trascorsa esistenza e le altre che sono servite a costruire compiutamente l'esperienza totale che produrrà ora la caduta della limitazione del sentire. Questo rivedere, con la maturazione raggiunta da ultimo, dà il senso compiuto all'intero contesto esperito ed è il suggello finale della trasformazione in propria natura di quell'insegnamento che l'esperienza doveva donare. Nel caso particolare la sua avidità perde l'eccesso; cioè egli sarà ancora avido, perché perseguirà ancora il suo vantaggio personale, ma non al punto da condizionare, da subordinare totalmente la sua esistenza. In pari tempo inizierà ad esservi in lui, proprio a seguito della caduta di quelle limitazioni del sentire, un primo larvato senso di dovere: cioè farà qualcosa che, secondo le convenzioni, si è tenuti a fare, anche se il farlo non dà alcun particolare tornaconto. 
 
Liberato cosi dalla limitazione, il sentire rivelato si unisce agli altri sentire che gli sono equipollenti, anch'essi a seguito di analogo processo, costituendo in tal modo un sentire nuovo, un essere nuovo che, manifestandosi nel mondo fisico, incontrerà una serie di altre esperienze che condurranno ad altre liberazioni, ad altre comunioni, ad altre manifestazioni.
Voi stessi, con il vostro sentire, siete la sintesi di esperienze di molti altri soggetti ubicati in tempi e spazi diversi e che hanno nel sentirsi di esistere quel filo, quel collegamento, quella continuità che, essendo l'unica cosa che sopravvive, è la vera sopravvivenza. Il resto, la personalità, il carattere, il modo di agire, di desiderare e di pensare mutano e perciò finiscono d'essere quel che sono; chi condiziona la sua futura esistenza alla sopravvivenza delle sue caratteristiche si rassegni a morire.


Poiché niente, in assoluto, tuttavia trascorre e sparisce, nella profondità e nella vastità dell'essere di ciascuno di voi sussistono tutte le personalità, tutte le esistenze degli individui che hanno concorso alla costituzione del sentire che state manifestando. Questo sentire attuale contiene in sé, per ampiezza, tutti i sentire costituenti, anche se non vi dà il ricordo storico e cronologico degli eventi connessi a quei sentire, a quelle esistenze trascorse.

Tale ricordo può tuttavia essere suscitato. Più volte abbiamo ripetuto che la consapevolezza dell'uomo non contiene tutta la sua coscienza, il suo sentire. Ma ciò non significa che il suo attuale sentire sia qualcosa di staccato, lontano, sublime, raggiungibile con sforzo. La spiegazione della nostra affermazione sta nel fatto che il vostro sentire di uomini si manifesta solo come risposta agli stimoli ambientali; perciò se la vita non vi sottopone a certi stimoli non avete consapevolezza di come sentireste in quella particolare situazione. Non vale infatti immaginare cosa sentireste e come vi comportereste in una certa evenienza, in una data occasione; teoricamente si possono dire tante cose, ma poi, all'atto pratico, ci si comporta diversamente proprio per la ragione che solo allora, quando la vita presenta il suo stimolo, il sentire si manifesta; o meglio, allora l'individuo agisce come veramente sente.
 

Quando invece il sentire è più ampio, allora fluisce liberamente e non solo quale risposta agli stimoli esistenziali.
Taluno di voi, sporadicamente, ha sperimentato attimi di intensa esistenza, quando si comincia a sentire di far parte di un tutto e si sente un trasporto, uno slancio di amore verso tutto quanto esiste. Sono rari momenti e, per quanto intensi possano sembrare, non sono che l'ombra di quella piena beatitudine che è caratteristica naturale dell'esistenza che attende l'uomo: l'esistenza del superuomo. 
Per bene intendere il concetto, da un tale progressivo liberarsi, aggregarsi, ampliarsi del sentire, va tolta ogni propensione concettuale della realtà in divenire. Tutto è, niente trascorre: tutto si rivela a se stesso, tutto afferma la sua esistenza nell'istante di un tempo che non esiste, in un punto dello spazio illusorio.
Tutto si manifesta per un solo attimo che in sé è eterno:  in quell'attimo è l'eternità.

Perché mai contate le ore, i giorni, gli anni? Il sentirsi di esistere non conosce fine, anzi è eterno, perché è al di là del tempo. Stolti, che vi fermate e volete immobilizzare il caleidoscopio delle forme che esistono proprio in forza della loro stessa variabilità, della loro stessa caducità. Che cosa volete fermare? La forma delle nubi? Che cosa volete imprigionare? Il pensiero? Non vi fermate all'esteriore, a ciò che appare. Non desiderate di godere per sempre del profumo del fiore, ma siate ciò che fa fiorire e profumare.
Siate consapevoli che tutto lo spettacolo che si svolge di fronte alla vostra osservazione, e di cui siete fatti protagonisti, ha il solo scopo di ampliare il sentirsi di esistere che ciascun essere è fino ad abbracciare ed esprimere la Totalità del Tutto.

                                                                                                                                                  KEMPIS











Vadano queste parole là dove sono attese, e mai  mente umana
possa servirsi di loro per fine egoistico, imperciocché esse rendano gloria solo all'Esistente.
Là dove è discordia, esse portino unione.
Là dove è incomprensione, esse siano il nuovo idioma per una perfetta, reciproca intesa.
Chi le ha udite ne è contagiato e mai potrà dimenticarle.
Suoneranno come un'accusa o come un plauso, eppure la realtà che esse esprimono non conosce né premio, né castigo.
Passa l'uomo col tempo, ma la Realtà eternamente rimane.
Muta l'uomo nello spazio, ma la Realtà sempre, e ovunque, vige.
Così queste parole, indegna Sua veste, son valide per ogni uomo
e il tempo non le farà invecchiare e voi, fratelli,  che ne siete oggi depositari, abbiate un ultimo insegnamento:
«Amatevi gli uni gli altri perché solo così gli uomini comprenderanno che qua non vi è sfruttamento.
Non vi sono né massimi, né minimi».
I primi servono gli ultimi.
E a chi dirà: -Io sono colui che ha detto queste parole - non credete;
esse non sono di alcuno.
          ERANO PRIMA CHE L'UOMO FOSSE.
















di GIOVANNI BORTOLI



“.... tu avrai capito la vita non quando tu farai il tuo dovere in mezzo
 agli uomini, ma quando lo farai nella solitudine.
Non quando, pur raggiunta la notorietà, potrai avere una condotta
esemplare agli occhi degli uomini, ma quando l'avrai e nessuno lo saprà, neppure te stesso.

Non quando tu farai il bene e ne vedrai gli effetti, ma quando lo farai e
non ti interesserà avere gratitudine, nè conoscere l'esito del tuo operato.

Non quando tu potrai aiutare efficacemente e disinteressatamente, ma
quando aiuterai pur sapendo che il tuo aiuto a nessuno serve, neppure
a te stesso.

Non quando tu ti sentirai responsabile di tutto ciò che fanno i tuoi simili, ma quando conserverai intatto il senso della tua responsabilità, pur sapendo d'essere l'unico uomo al mondo.
Non quando tu avrai compreso che tutti gli esseri hanno gli stessi tuoi
diritti, ma quando tratterai l’essere più umile della terra come se fosse
Colui che ha nelle Sue mani le tue sorti.

Non quando tu amerai i tuoi simili, ma quando tu stesso sarai i tuoi simili e l'amore







 






Non dire mai: “mai”

Non dire mai: “Io”

di’ invece: “Noi”.

Non dire mai: “Mio”

di’ invece: “Nostro”.

Non dire mai: “Tocca a lui”

di’ invece: “Incomincio io”.

Non dire mai: “Non posso”

di’ invece: “Eccomi”.

Non dire mai: “Vattene””

di’ invece: “Vieni!”.

Non dire mai: “Domani”

di’ invece: “Oggi”.

Non dire mai: “Morte”

di’ invece: “Vita”:

Non dire mai: “Mai”.

 

S. Lawrence