venerdì 30 dicembre 2011












Tratto dal libro "Dai Mondi Invisibili" 


di GIOVANNI BORTOLI




Da ciò che è stato esposto fino ad ora, possiamo desumere che, ai fini dell'ampliamento della coscienza individuale attraverso le molteplici incarnazioni, esiste un trinomio indissolubile: legge di evoluzione, di reincarnazione, di causa ed effetto o karma. Appare così chiaramente che la vita dell'uomo non è un collaudo del suo spirito, ma una vera e propria nascita spirituale.
L'uomo non è provato per vedere se resiste alla lusinga del male, oppure per vedere se la sua fede è solida, ma ha delle esperienze affinché nasca spiritualmente; per questo il problema della libertà individuale è - per ovvi motivi - centrale ad una visione evoluzionistica e karmica dell'umana esistenza e valido come tale, poiché non ogni evento della nostra vita è univocamente prestabilito, visto che rimangono, nel corso evolutivo di ognuno, degli spazi vuoti, dei momenti in cui l'individuo, svincolato dalla legge di causa ed effetto, sceglie la sua azione sui diversi piani (azione, desiderio, pensiero); scelta che, come si vedrà, sia pur restando di ugual peso evolutivo, conosce gradi diversi di ampiezza e perciò, potremmo dire, diverse qualità.
Il perno centrale, su cui poggia l'impostazione data in queste pagine al problema della libertà, sta nel principio, conosciuto tanto dalla tradizione filosofica occidentale quanto da quella orientale, per cui lo "spazio" di libertà in cui ogni individuo si muove, cresce in misura direttamente proporzionale al suo grado di conoscenza. Si tratta qui, evidentemente, non di una conoscenza intellettuale, ma di un'"acquisizione di coscienza", il cui momento qualificante non è dato da una "manipolazione" di concetti. Tale manipolazione - tuttavia - può non mancare, ed anzi spesso è necessaria, se non altro per organizzare in un discorso compiuto, l'esperienza morale e renderla così oggettiva e comunicabile. Ritornando al momento qualificante, esso è dato da un'intima ed immediata tensione dell'animo verso ciò che, al suo stadio attuale di maturazione e di consapevolezza, si presenta come intrinsecamente "buono".
Da ciò consegue che la crescita morale dell'individuo lo rende libero non perché lo pone nelle condizioni di volere e fare qualunque cosa, bensì perché lo sospinge sempre di più verso ciò che alla sua coscienza si rivela come ideale di "bene", in tendenziale armonia con il fine d'amore che regola l'universo. Rivelazione che, evidentemente, si fa sempre più ampia, ricca e complessa - ed allo stesso tempo, semplice, immediata - a mano a mano che l'individuo progredisce nel suo cammino evolutivo.
E questa evoluzione dell'individuo, questo ampliamento della sua coscienza, si attua anche indipendentemente da una sua specifica e cosciente volontà di progredire (si può forse dire che una volontà latente ed inconscia di progresso è in qualche misura sempre presente in ognuno). Il che significa che l'individuo tende sempre e comunque a farsi più libero ed in ciò risiede la ragion d'essere di una sdrammatizzazione e semplificazione del problema della libertà, la quale - è bene chiarirlo subito - riguarda il problema della libertà solo nei suoi termini teorici di fondo, senza perciò nulla togliere alle difficoltà e inquietudini del momento individuale e concreto della scelta che, per ciascuno, avviene "qui" ed "ora".
                       *  *  *
Prima di affrontare questo ponderoso argomento è opportuno dire subito che il problema della libertà individuale non risulta così assillante. Infatti le leggi cosmiche sono infrante sia che l'uomo agisca di spontanea volontà, sia sotto un'influenza.
A coloro che sono abituati a pensare in termini di responsabilità, verrà istintiva una domanda: "L'uomo, allora, ha colpa di ciò che compie nell'ignoranza e nella coercizione?". Per rispondere a questo interrogativo, occorre tenere sempre presente il principio che l'esistenza dell'uomo non è una riabilitazione, non è una prova atta a stabilire se debba meritare un premio o un castigo, ma è una nascita vera e propria. Infrangendo, consapevolmente o no, liberamente o coercitivamente le leggi cosmiche, l'uomo subirà degli effetti, avrà delle esperienze le quali allargheranno in lui la coscienza e ne determineranno la nascita spirituale. Il dolore che l'uomo incontra non è il castigo di una colpa commessa, ma l'ultimo rimedio al quale si è costretti a ricorrere per fargli comprendere una Verità.
Premesso ciò, il problema del libero arbitrio cade, ma è pure sempre interessante  conoscere in quale misura l'uomo è libero, e di quale tipo è questa libertà.
Non occorre criticare coloro che affermano la libertà assoluta degli uomini: che ciò non sia è più che evidente. L'uomo, o l'individuo, sarebbe assolutamente libero nella scelta se questa si maturasse in un'atmosfera di vuoto assoluto, oppure in un'atmosfera nella quale l'Assoluto è egualmente presente; ma il nulla assoluto non esiste, quindi rimane valida la seconda condizione: è assolutamente libero chi ha raggiunto la massima evoluzione, chi ha presente il Tutto con eguale intensità. Per l'uomo, quindi, non è il caso di parlare di libertà assoluta. La libertà dell'uomo è relativa e cresce proporzionalmente all'evoluzione. Ciò è logico: infatti, se un individuo poco evoluto avesse una grande libertà, moverebbe tante cause che lo soffocherebbero, mentre - essendo la libertà proporzionale all'evoluzione, e cioè alla coscienza - esiste un controllo naturale che restringe il campo di azione degli inevoluti in modo che questi possono muovere solo tante cause da non restare soffocati.
Ma dire chela libertà dell'uomo non è assoluta, non significa che l'uomo non abbia alcuna libertà.
Libertà assoluta vuol dire assenza di ogni e qualunque limitazione, come assenza di libertà vuol dire assoluta coercizione. Fra questi due estremi è compresa la libertà dell'individuo dal suo manifestarsi nel piano fisico come cristallo, all'apice della sua evoluzione come superuomo.
Non solo, ma se esaminiamo la libertà di un uomo di media evoluzione, vediamo che esiste egualmente questa scala data da:
1) Azioni che egli compie (o subisce) irrevocabilmente per karma, cioè per gli effetti delle cause che egli ha mosse in precedenti incarnazioni (assenza di libertà).
2) Azioni che egli compie per sua libertà relativa, per le quali la scelta è stata influenzata da una necessità (libertà spuria).
3) Azioni che egli compie, sempre nell'ambito della sua libertà relativa, ma al di fuori di qualunque influenza (libertà pura).
Libertà pura, naturalmente, non vuol dire assoluta.
Per essere assolutamente libero, l'uomo - come prima è stato detto - non dovrebbe subire alcuna influenza in tutte le decisioni da prendersi, mentre la libertà pura si riflette in una, o poco più, decisioni prese al di fuori delle influenze. Solo nell'uomo massimamente evoluto la libertà pura si identifica con la libertà assoluta, in quanto tutte le decisioni sono prese al di fuori di ogni influenza.
Riassumendo: la libertà in genere è la possibilità che ha l'individuo di mettere in atto certi suoi proponimenti. Questa libertà può essere goduta in misura diversa, cioè essere assoluta o relativa.
La libertà è sempre un attributo in quanto non esiste in modo a sé  stante. La libertà è una conseguenza dell'evoluzione; quanto più l'individuo è evoluto, tanto più è libero. La legge di evoluzione, invece esiste in modo a sé  stante. La libertà è un attributo dell'evoluzione. E' assolutamente libero chi non patisce di alcuna limitazione.
Le limitazioni possono essere di ordine intimo: mancanza di capacità; oppure di ordine esterno: impedimenti alla realizzazione di un proponimento. Ad esempio: si può avere la capacità di scrivere un romanzo, ma non avere il tempo per farlo (limitazione esterna).
La misura della libertà si determina nell'attimo in cui l'individuo si propone di fare qualcosa. 
Ad esempio: fino a che non ci si proporrà di volare non si determinerà la limitazione che sorge dal non avere questa possibilità
L'assenza di desiderio rende l'individuo indeterminatamente libero. Assenza di limitazione significa anche non essere sottoposti ad alcuna influenza. Tale condizione si realizza in due soluzioni: l'una negativa, l'altra positiva; cioè è assolutamente libero l'individuo che è posto in un ambiente interiore ed esteriore di vuoto assoluto, o l'individuo che ha presente, con eguale intensità, il Tutto.
Il libero arbitrio, quindi, non esiste in modo assoluto per l'uomo, in quanto egli è influenzato da innumerevoli fattori d'ordine intimo ed esterno. L'uomo ha un libero arbitrio relativo, in quanto gode di una libertà relativa. Il fatto che l'uomo sia sottoposto ad alcune influenze e limitazioni, non vuol dire che l'uomo sia privo di ogni e qualsiasi libertà, bensì che l'uomo non gode della libertà assoluta.
Totale assenza di libertà, significa assoluta coercizione. Quindi, nell'assenza di libertà non si può parlare di semplici (o complesse) influenze che volgono l'individuo ad un'azione, ma addirittura di fattori coattivi che non lasciano possibilità di scelta.
E' facile capire che l'uomo non gode di una libertà assoluta; la libertà relativa di cui gode l'uomo gli concede un certa gamma di azioni e la possibilità di realizzare alcuni suoi proponimenti, ma ciò non vuol dire che i proponimenti che l'uomo può attuare nascano in un'atmosfera di libertà, perché possono essere dettati da certe necessità. In questo caso l'uomo ha solo la libertà di soddisfare la necessità che ha dettato il proponimento, ma il proponimento non è frutto della sua libertà. Quindi essendovi inoltre proponimenti che l'uomo non può attuare, nonostante la sua necessità (assenza di libertà in quel senso), e proponimenti che non sono frutto di alcuna necessità, ma frutto di un'intima libertà individuale, occorre distinguere così:
- Libertà relativa che si divide in:
1) libertà pura: ed è quella libertà nell'ambito della quale le azioni non sono determinate né da influenze esteriori, né da necessità;
2) libertà spuria: ed è la possibilità di attuare o soddisfare certi desideri o necessità.
- Assenza di libertà, che si distingue in:
1) parziale, quando solo un certo numero di azioni è predestinato;
2) totale, quando ogni e qualsiasi evento dell'esistenza è preordinato nei minimi particolari (ad esempio, il processo di cristallizzazione, prima manifestazione di vita).
Che cos'è quindi libertà? Per libertà deve intendersi assenza di limitazioni: uomo libero è quindi colui che è al di fuori di ogni influenza, che non ha necessità alcuna, che non conosce limitazione alcuna, che può fare tutto quello che vuole.
La libertà cresce con l'evoluzione dell'individuo, è quindi relativa a questa; quando l'individuo ha raggiunto il massimo dell'evoluzione, gode della più ampia libertà.
Tuttavia l'individuo evoluto non compie certe azioni; si può allora considerare questi limitato? No, dal momento che libertà significa poter compiere tutto quello che si vuole; l'individuo evoluto non vuole compiere quelle azioni; sarebbe limitato nel momento che dovesse compierle, perché allora farebbe qualcosa contro il suo sentire.
Se poi certe azioni si "dovessero" compiere, egli le vorrebbe.
L'individuo evoluto quindi è limitato al proprio sentire, al proprio essere, in altre parole a se stesso. Ora essere limitati a se stessi significa non essere liberi?
Per l'individuo non evoluto sì, perché se anche potesse fare tutto quello che può desiderare o pensare o sentire, vi potrebbero essere altri pensieri, desideri, sentimenti, azioni oltre quelli che egli ha.  
Ma l'individuo che ha raggiunto la massima evoluzione, essendo questi consapevolmente uno col Tutto, si identifica con l'Assoluto e, quindi, il suo sentire è illimitato come l'essere; allora - laddove non vi è limitazione alcuna - vi è assoluta libertà.
Disegnata così a grandi tratti quale sia la condizione di libertà dell'individuo giunto ad un alto livello di evoluzione, viene spontaneo volgere lo sguardo alla nostra attuale condizione ed esaminarla più specificamente alla luce dell'impostazione generale del problema. Si tratta, più precisamente, di vedere quali siano i margini di libertà, entro cui già ora possiamo operare per favorire il nostro cammino evolutivo:
"Se si vuole avere un'idea chiara di quale libertà di arbitrio possono usufruire le creature, si deve paragonare l'entità che organizza la forma più semplice di vita (il cristallo) ad un'equazione di primo grado, in cui una sola è la soluzione; le entità superiori a questa ad equazione di grado superiore al primo, fino a giungere a Dio-Assoluto, paragonato ad un'equazione di grado infinito in cui infinite solo le soluzioni. La libertà è rappresentata dalle soluzioni disponibili".






martedì 27 dicembre 2011








                           di GIOVANNI BORTOLI




 Ogni uomo, nel corso della sua vita, si chiede anche reiteratamente se la morte del suo corpo trarrà seco quell'io sono che è dimostrazione della sua esistenza.

 
La paura della propria morte è un coacervo di timori, apprensione per l'ignoto, orrore che la morte in sé rappresenta, panico al pensiero che sia dolorosa, peritanza arrecata dall'istinto di conservazione, sgomento per dover lasciare il proprio mondo, ma soprattutto terrore del nulla, cioè che cessi quell'io sono, quel sentirsi d'esistere che proviamo vivendo e che crediamo sia attributo proprio e particolare della vita del corpo.

 
Se si riuscisse a trovare la certezza che l'io sono, che si crede faccia esistere, non cesserà, forse una buona dose dello spavento che la morte infonde vorrebbe meno.

 
Chi vuol vederci chiaro, intanto, deve tener presente che la coscienza di esistere, il sentirsi d'essere, non è legato all'io, essendo il senso dell'io il prodotto delle limitazioni e di un conseguente errato modo di concepire la Realtà.

 
Il sentirsi di esistere non viene mai meno.
Chi, con un rapido esame, si volge indietro a cercare nel suo passato una conferma a questa affermazione, può restare perplesso. Nel sonno, la coscienza di esistere viene meno? Certamente no; questo lo affermano anche gli studiosi della materia. Il fatto che certi sogni si dimentichino subito, al rientro nello stato di veglia, e che quindi nel ricordo vi sia una lacuna che può dare l'idea di una vacanza del senso di esistere, non significa che un vuoto vi sia stato effettivamente.
Sapreste ricordare nei particolari che cosa avete fatto tre anni fa?
Probabilmente non lo ricordate, eppure lo avete vissuto, eppure il vostro sentirvi esistere  era presente anche allora, in quella porzione della vostra esistenza che, ora, costituisce un vuoto nel ricordo.

 
Nel coma, invece, come nella anestesia totale, come nel cosiddetto riposo dell'Ego, sembrerebbe che effettivamente la coscienza d'esistere venisse meno per un certo tempo. Tuttavia la spiegazione è facile:  il tempo oggettivo non esiste; quella che sembra una soluzione di continuità nel sentirsi di esistere dell'addormentato, per lui non lo è affatto; lui sente di esistere senza interruzione quello che per gli altri è un tempo lunghissimo; per lui è come andare a capo nella lettura, come voltare una pagina. Sono gli altri che vivono situazioni, fotogrammi, episodi che lui non vive. Il suo sentirsi di essere non si arresta in attesa che gli altri vivano ciò che debbono vivere, ma scorre nelle successive situazioni che deve sperimentare senza arresti, senza soluzione di continuità, sia che gli altri contino un'ora o un giorno o un anno.

 
Questa esperienza, in qualche modo, la si può costatare anche col sonno naturale del corpo fisico. Talvolta vi sembra di aver dormito un attimo e invece sono passate ore. Talaltra sembra di aver dormito lungamente ed invece si è trattato di un breve tempo. La differente valutazione è dovuta al fatto che nel primo caso si è dormito profondamente, cioè senza ricordare i sogni fatti; nel secondo, invece, il ricordo del sogno e più netto del consueto. Tutto ciò ci conferma che il tempo, oltre ad essere un fattore relativo sul piano della fisicità, è anche estremamente soggettivo sul piano individuale, cioè ognuno ha la cognizione del trascorrere del tempo solo in funzione della successione degli avvenimenti che percepisce, veri o sognati che siano.

 
Allorché cessa la percezione - comprendo in questo termine anche la ricezione o il ricordo dei pensieri - cessa l'idea del trascorrere del tempo ed il sentirsi di esistere scorre senza soluzione di continuità, saltando a pie' pari la durata degli avvenimenti di cui non si è avuta percezione proprio perché non v'è durata se non v'è avvenimento.

 
In realtà non esiste una storia che con un tempo oggettivo scorra, distribuendo con la cadenza temporale a ciascuno le proprie esperienze:  ma la storia assume l'aspetto di evento oggettivo proprio per la parte in comune di tutte le storie individuali che essa rappresenta. E se, nella serie degli eventi di una situazione cosmica che vede unite dieci persone, la decima non deve percepire quello che è in comune alle altre nove (per esempio il paziente di una operazione chirurgica con totale anestesia, allora tale decima persona non deve attendere che il tempo sia passato per continuare a sentirsi d'essere e perciò a esistere, ma passa subito alla sua prossima situazione da percepire, quella in cui gli altri la vedono destarsi. E non potrebbe essere diversamente da così; infatti il non sentirsi d'essere equivale a non esistere; perché la vita è coscienza; l'esistere è coscienza d'essere.

Se mancasse la coscienza d'essere, che nella sua forma più elementare è solo sensazione, mancherebbe l'esistenza. D'altra parte, anche logicamente, si comprende che non sentirsi di esistere equivale al sentirsi di non esistere; e com'è possibile che si senta di non esistere? Se non si esiste, non si può sentire; e se si sente vuol dire che si esiste.
 

Il sentirsi di esistere va oltre i cambiamenti di umore, oltre i desideri, oltre i pensieri, pur essendo vero che nella condizione di esistenza umana  è proprio l'attività quale azione, quale emozione che lo incentiva.
Il sentirsi di esistere va oltre anche i cambiamenti di personalità. Il fanciullo che cresce e diventa uomo muta sensibilmente il suo modo di concepire il mondo, i suoi gusti, i suoi interessi, tanto che se non vi fosse il sentirsi di esistere che, ininterrotto, lega il fanciullo all'uomo che è divenuto, si potrebbe benissimo dire che si tratta di esseri distinti.

Il sentirsi di esistere, unendo due stati d'essere diversi, dà la garanzia che si tratta di un solo essere. 

Ma questa garanzia ha valore assoluto? Non potrebbe trattarsi del sentirsi di esistere che scivola su tanti stati d'essere diversi secondo una qualche successione logica?
E quindi dare l'idea di un solo essere che muta il suo sentire? O, più ancora, trattarsi di tanti sentirsi di esistere che si rivelano, affermando la loro esistenza nella Eternità secondo una successione determinata dall'ampiezza della realtà da ciascuno contenuta, come una catena ininterrotta che conduca all'affermazione del più grande sentirsi d'essere, quello " assoluto ", termine d'ogni separazione e perciò d'ogni successione: sentire di Eterno Presente e di Infinita Presenza?


Senza arrivare a cotanta vastità, a un simile vertice, che è anche base di tutto, appare chiaramente che il sentirsi d'essere considerato a prescindere da quelli che chiamate stati d'animo contingenti, a prescindere dalla personalità che muta, rimane ininterrotto al di là del mutare della forma fisica. E quindi non è irragionevole credere che ne sia totalmente svincolato, tanto da sussistere in modo indipendente da essa quand'essa non è più.

Il sentirsi di esistere è il sentire del quale tanto vi parliamo, considerato nella sua forma più elementare, più limitata: è l'atomo del sentire. La massima espressione del sentire, quello che non conosce limitazioni, è il sentire assoluto.
Ad ogni caduta di limitazione corrisponde un sentire sempre più ampio; sempre più volto, aperto, proteso verso gli altri.
Altre volte vi abbiamo accennato a questo processo del graduale rivelarsi del sentire; vi abbiamo detto che inizialmente si svolge ed ha luogo per mezzo di stimoli di varia natura:  sensori, intellettivi, sentimentali, che l'individuo riceve principalmente vivendo nel mondo fisico. Che cosa significa, per l'uomo, « vivere », nel senso più esteso? Certo non v'è bisogno che ve lo illustri: la vita, con la sua fatica, le sue paure, le sue incertezze, con gli slanci, le speranze, le gioie, insomma con le sue esperienze che trovano nell'intimo dell'uomo il crogiolo in cui si trasforma il metallo vile in oro, la vita è la forza motrice per una simile metamorfosi. Ma il processo è graduale, le limitazioni cadono una alla volta.


Quand'è che cade una limitazione? - direte -  durante la vita fisica o dopo?
Va tenuto presente che la caduta di una limitazione è tutto un processo che può occupare più vite, in cui l'individuo può giungere a comprendere, ad assimilare una certa Verità, può sperimentare personalità l'una in antitesi all'altra. La limitazione cade quando l'individuo può operare una sintesi delle esperienze vissute ed imperniate su quella data limitazione. E non si creda che sintetizzare le esperienze vissute o trarne il conseguente significato sia un fatto prettamente intellettivo; gli impulsi che l'esperienza elargisce colpiscono l'intimo essere ed operano una trasformazione che fa maturare e predisporre alla comprensione finale.

Nessuno capisce, comprende ed accetta una Verità se non è pronto, maturo, predisposto. Nella sintesi finale dell'esperienza, che comprende varie fasi, gioca un ruolo importante la mente individuale;  tuttavia il suggello finale non verrebbe apposto, l'insegnamento dell'esperienza non diverrebbe « natura acquisita », ad opera della sola mente  se tutto l'individuo, con l'intero suo essere, non l'avesse vissuta. Ciò che la mente fa nella sintesi finale, che trasforma l'esperienza in natura acquisita, è una sola parte del processo di rivelazione dell'essere vero. Premesso questo, vediamo quando avviene la sintesi finale dell'esperienza che fa cadere la limitazione del sentire, rivelandosi così un sentire più ampio.

Mi riferirò ad una situazione che ricorre abbastanza frequentemente. E voi tenete presente che tutte le cadute delle limitazioni del sentire umano avvengono analogamente.
Nella cosiddetta evoluzione individuale - che altro non è che un cambiamento di scopo dell'attività esistenziale della propria persona, così da spostare il proprio interesse, prima rivolto su di sé, agli altri - puo' esservi una fase in cui l'individuo, dopo aver cercato vantaggi materiali ed essersi accorto che essi al massimo durano quanto il corpo fisico, ha un cambiamento di direzione del suo interesse e della sua attività, persegue vantaggi che, secondo lui, possono seguirlo oltre la morte.

Questa risoluzione l'individuo la prende, come generalmente tutte le altre, dopo la morte, quando con la maturazione raggiunta alla fine della sua vita rivede e rivive la sua esistenza e trae la conclusione che ho detto e che a lui sembra la più vera.
Ha così una vita in cui è dedito ai riti religiosi, ma non con il giusto sentire, bensì solo formalmente, per meritarsi la benevolenza e il premio divino. In questa seconda esperienza - che è anch'essa solo una parte di quella esperienza totale che lo condurrà alla caduta di una limitazione del suo sentire - comprende che Dio non ama più chi lo loda di quanto ami chi lo bestemmia, e che la religiosità non dà, da parte di Dio, alcuna particolare protezione né alcun vantaggio materiale. 
 
Anche questa conclusione, generalmente, la trae dopo il trapasso, quando raggiunta una data maturazione attraverso il vivere rivede la sua trascorsa esistenza e le altre che sono servite a costruire compiutamente l'esperienza totale che produrrà ora la caduta della limitazione del sentire. Questo rivedere, con la maturazione raggiunta da ultimo, dà il senso compiuto all'intero contesto esperito ed è il suggello finale della trasformazione in propria natura di quell'insegnamento che l'esperienza doveva donare. Nel caso particolare la sua avidità perde l'eccesso; cioè egli sarà ancora avido, perché perseguirà ancora il suo vantaggio personale, ma non al punto da condizionare, da subordinare totalmente la sua esistenza. In pari tempo inizierà ad esservi in lui, proprio a seguito della caduta di quelle limitazioni del sentire, un primo larvato senso di dovere: cioè farà qualcosa che, secondo le convenzioni, si è tenuti a fare, anche se il farlo non dà alcun particolare tornaconto. 
 
Liberato cosi dalla limitazione, il sentire rivelato si unisce agli altri sentire che gli sono equipollenti, anch'essi a seguito di analogo processo, costituendo in tal modo un sentire nuovo, un essere nuovo che, manifestandosi nel mondo fisico, incontrerà una serie di altre esperienze che condurranno ad altre liberazioni, ad altre comunioni, ad altre manifestazioni.
Voi stessi, con il vostro sentire, siete la sintesi di esperienze di molti altri soggetti ubicati in tempi e spazi diversi e che hanno nel sentirsi di esistere quel filo, quel collegamento, quella continuità che, essendo l'unica cosa che sopravvive, è la vera sopravvivenza. Il resto, la personalità, il carattere, il modo di agire, di desiderare e di pensare mutano e perciò finiscono d'essere quel che sono; chi condiziona la sua futura esistenza alla sopravvivenza delle sue caratteristiche si rassegni a morire.


Poiché niente, in assoluto, tuttavia trascorre e sparisce, nella profondità e nella vastità dell'essere di ciascuno di voi sussistono tutte le personalità, tutte le esistenze degli individui che hanno concorso alla costituzione del sentire che state manifestando. Questo sentire attuale contiene in sé, per ampiezza, tutti i sentire costituenti, anche se non vi dà il ricordo storico e cronologico degli eventi connessi a quei sentire, a quelle esistenze trascorse.

Tale ricordo può tuttavia essere suscitato. Più volte abbiamo ripetuto che la consapevolezza dell'uomo non contiene tutta la sua coscienza, il suo sentire. Ma ciò non significa che il suo attuale sentire sia qualcosa di staccato, lontano, sublime, raggiungibile con sforzo. La spiegazione della nostra affermazione sta nel fatto che il vostro sentire di uomini si manifesta solo come risposta agli stimoli ambientali; perciò se la vita non vi sottopone a certi stimoli non avete consapevolezza di come sentireste in quella particolare situazione. Non vale infatti immaginare cosa sentireste e come vi comportereste in una certa evenienza, in una data occasione; teoricamente si possono dire tante cose, ma poi, all'atto pratico, ci si comporta diversamente proprio per la ragione che solo allora, quando la vita presenta il suo stimolo, il sentire si manifesta; o meglio, allora l'individuo agisce come veramente sente.
 

Quando invece il sentire è più ampio, allora fluisce liberamente e non solo quale risposta agli stimoli esistenziali.
Taluno di voi, sporadicamente, ha sperimentato attimi di intensa esistenza, quando si comincia a sentire di far parte di un tutto e si sente un trasporto, uno slancio di amore verso tutto quanto esiste. Sono rari momenti e, per quanto intensi possano sembrare, non sono che l'ombra di quella piena beatitudine che è caratteristica naturale dell'esistenza che attende l'uomo: l'esistenza del superuomo. 
Per bene intendere il concetto, da un tale progressivo liberarsi, aggregarsi, ampliarsi del sentire, va tolta ogni propensione concettuale della realtà in divenire. Tutto è, niente trascorre: tutto si rivela a se stesso, tutto afferma la sua esistenza nell'istante di un tempo che non esiste, in un punto dello spazio illusorio.
Tutto si manifesta per un solo attimo che in sé è eterno:  in quell'attimo è l'eternità.

Perché mai contate le ore, i giorni, gli anni? Il sentirsi di esistere non conosce fine, anzi è eterno, perché è al di là del tempo. Stolti, che vi fermate e volete immobilizzare il caleidoscopio delle forme che esistono proprio in forza della loro stessa variabilità, della loro stessa caducità. Che cosa volete fermare? La forma delle nubi? Che cosa volete imprigionare? Il pensiero? Non vi fermate all'esteriore, a ciò che appare. Non desiderate di godere per sempre del profumo del fiore, ma siate ciò che fa fiorire e profumare.
Siate consapevoli che tutto lo spettacolo che si svolge di fronte alla vostra osservazione, e di cui siete fatti protagonisti, ha il solo scopo di ampliare il sentirsi di esistere che ciascun essere è fino ad abbracciare ed esprimere la Totalità del Tutto.

                                                                                                                                                  KEMPIS











Vadano queste parole là dove sono attese, e mai  mente umana
possa servirsi di loro per fine egoistico, imperciocché esse rendano gloria solo all'Esistente.
Là dove è discordia, esse portino unione.
Là dove è incomprensione, esse siano il nuovo idioma per una perfetta, reciproca intesa.
Chi le ha udite ne è contagiato e mai potrà dimenticarle.
Suoneranno come un'accusa o come un plauso, eppure la realtà che esse esprimono non conosce né premio, né castigo.
Passa l'uomo col tempo, ma la Realtà eternamente rimane.
Muta l'uomo nello spazio, ma la Realtà sempre, e ovunque, vige.
Così queste parole, indegna Sua veste, son valide per ogni uomo
e il tempo non le farà invecchiare e voi, fratelli,  che ne siete oggi depositari, abbiate un ultimo insegnamento:
«Amatevi gli uni gli altri perché solo così gli uomini comprenderanno che qua non vi è sfruttamento.
Non vi sono né massimi, né minimi».
I primi servono gli ultimi.
E a chi dirà: -Io sono colui che ha detto queste parole - non credete;
esse non sono di alcuno.
          ERANO PRIMA CHE L'UOMO FOSSE.
















di GIOVANNI BORTOLI



“.... tu avrai capito la vita non quando tu farai il tuo dovere in mezzo
 agli uomini, ma quando lo farai nella solitudine.
Non quando, pur raggiunta la notorietà, potrai avere una condotta
esemplare agli occhi degli uomini, ma quando l'avrai e nessuno lo saprà, neppure te stesso.

Non quando tu farai il bene e ne vedrai gli effetti, ma quando lo farai e
non ti interesserà avere gratitudine, nè conoscere l'esito del tuo operato.

Non quando tu potrai aiutare efficacemente e disinteressatamente, ma
quando aiuterai pur sapendo che il tuo aiuto a nessuno serve, neppure
a te stesso.

Non quando tu ti sentirai responsabile di tutto ciò che fanno i tuoi simili, ma quando conserverai intatto il senso della tua responsabilità, pur sapendo d'essere l'unico uomo al mondo.
Non quando tu avrai compreso che tutti gli esseri hanno gli stessi tuoi
diritti, ma quando tratterai l’essere più umile della terra come se fosse
Colui che ha nelle Sue mani le tue sorti.

Non quando tu amerai i tuoi simili, ma quando tu stesso sarai i tuoi simili e l'amore







 






Non dire mai: “mai”

Non dire mai: “Io”

di’ invece: “Noi”.

Non dire mai: “Mio”

di’ invece: “Nostro”.

Non dire mai: “Tocca a lui”

di’ invece: “Incomincio io”.

Non dire mai: “Non posso”

di’ invece: “Eccomi”.

Non dire mai: “Vattene””

di’ invece: “Vieni!”.

Non dire mai: “Domani”

di’ invece: “Oggi”.

Non dire mai: “Morte”

di’ invece: “Vita”:

Non dire mai: “Mai”.

 

S. Lawrence








Prometti a te stesso


Prometti a te stesso di essere così forte che nulla disturberà la tua mente.

Prometti a te stesso di parlare di bontà, bellezza, amore ad ogni persona che incontri, di far sentire a tutti i tuoi amici che c’è qualcosa di grande in loro, di guardare il lato bello di ogni cosa, di lottare perchè il tuo ottimismo diventi realtà.

Prometti a te stesso di pensare solo al meglio, di aspettarti solo il meglio, di essere entusiasta del successo degli altri come lo sei del tuo.

Prometti a te stesso di dimenticare gli errori del passato per guardare a quanto di grande puoi fare in futuro,

di essere sereno in ogni circostanza e di regalare un sorriso ad ogni creatura che incontri.

di dedicare così tanto tempo a migliorare il tuo carattere da non aver tempo per criticare gli altri.

Prometti a te stesso di essere:

troppo Nobile per l’ira

troppo Forte per la paura

troppo Felice per farti vincere dal dolore.








mercoledì 21 dicembre 2011








Tutto è viaggio…tutto è ricerca..



di GIOVANNI BORTOLI


Tutto è viaggio, tutto è ricerca. Non ci rendiamo nemmeno conto della meta finché non l’abbiamo raggiunta e siamo divenuti tutt’uno con essa.
Usare la parola realtà significa dire mito e leggenda. Parlare di creazione significa seppellirsi nel caos. Non sappiamo né da dove veniamo né dove andiamo, e nemmeno chi siamo.
A volte voliamo come dardi di desiderio, e arriviamo alla nostra meta in piena gloria di realizzazione, oppure come una larva irriconoscibile dalla quale sia stato spremuto ogni succo di vita. A volte, è una grande fortuna per noi fraintendere il nostro destino quando ci viene rivelato. Spesso raggiungiamo i nostri fini a dispetto di noi stessi. Cerchiamo di evitare le paludi e le giungle, cerchiamo freneticamente di sfuggire la selva o il deserto, adoriamo gli dei invece dell’Uno e Unico, ci perdiamo nei meandri dei labirinti, voliamo verso lontani lidi o parliamo con altre lingue, adottiamo altri costumi, maniere, convenzioni, ma sempre siamo tratti verso il nostro vero fine….che rimane nascosto ai nostri occhi fino all’ultimo momento…







lunedì 19 dicembre 2011


Londra, 19 dic. - (Adnkronos) - L'Universita' di Cambridge ha messo online quasi 4.000 manoscritti del filosofo, fisico e matematico inglese Isaac Newton (1642-1727), uno dei padri della rivoluzione scientifica e della teoria eliocentrica. Le migliaia di pagine autografe dei lavori di Newton, compresi molti disegni ed annotazioni, sono state scansionate in alta risoluzione e sono ora consultabili presso l'archivio digitale del prestigioso ateneo britannico.
Per la prima volta alcune tra le piu' importanti opere di Newton e molti dei suoi appunti di lavori sono consultabili dal grande pubblico grazie al trasferimento dei testi sul supporto originale. Finora l'accesso agli autografi era riservato a pochi studiosi. Tra i preziosi manoscritti digitalizzati spicca quello del ''Philosophiae naturalis principia mathematica'' (1687), considerata un'opera fondamentale nella storia della scienza. In aggiunta a queste 4000 pagine, l'Universita' di Cambridge ha annunciato che molti altri documenti originali verranno scannerizzati e pubblicati nei prossimi mesi.
Il progetto Cambridge Digital Library, curato dalla Biblioteca dell'Universita' di Cambridge, e' stato reso possibile grazie a una donazione di un milione e mezzo di sterline da parte della Fondazione Polonsky. Quella conservata a Cambridge e' la piu' ricca collezione di manoscritti scientifici e di studi matematici di Sir Isaac Newton. Circa 130 testi di Newton erano gia' stati resi disponibili online attraverso un progetto dell'Universita' del Sussex.







domenica 18 dicembre 2011









Sul significato di "spirito guida".
di Giovanni Bortoli 




Lo stesso appellativo "spirito guida" è qualcosa tra il mistico e il romantico che rispecchia il periodo in cui l'esoterismo era presentato in veste personalizzata. Le forze naturali erano persone, le leggi non erano leggi ma volontà, motu proprio di certi individui.

D'altra parte, la mentalità di quei tempi non poteva capire diversamente da così. Tutto era personificato,  a cominciare dal vento, dalla terra, dai fulmini, dai fenomeni naturali: erano tutte persone o deità. Anche lo spirito guida fa parte di quel modo di rappresentare la realtà.
Che cosa sia invece lo spirito guida, in una realtà nella quale non c'è posto per l'errore, ma tutto avviene ordinatamente, direi matematicamente, o addirittura automaticamente, lo si deve scoprire ora se si accetta una verità di questo tipo. 

Gli stessi cosiddetti "signori del karma", che cosa ci stanno a fare in una realtà in cui tutto procede per leggi, automaticamente, diciamolo pure? Non ci stanno a fare proprio niente. Sarebbe diverso se la realtà avesse bisogno di applicatori, di esecutori della legge, di persone cioè incaricate di sorvegliare che le leggi siano applicate bene, in quel caso sè; ma siccome non è assolutamente tale la realtà, perchè tutto avviene in maniera ordinata, spontanea e naturale, non c'è alcun bisogno di applicatori della legge.

Lo spirito guida non è quello spirito che, diciamo, salva il suo protetto dalla cattiva sorte o dai pericoli che possono capitargli; e quindi lo si deve poi ringraziare, perchè ha cercato di strapparti a Satana per riportarti sulla retta strada; ma è, nella visione della comunione dei sentire, l'essere a cui fanno capo vari stati di coscienza che sono altrettanti esseri. E' uno stato di coscienza che racchiude in sè altri stati di coscienza meno ampi, evidentemente, di quello da lui rappresentato.

Questo discorso esclude sia che lo spirito guida possa in qualche modo salvaguardare i suoi protetti dalle esperienze pericolose o dolorose, sia che possa scegliere gli esseri che faranno o che fanno capo a lui. Tutto è ordinato, è proprio lo svolgimento di una equazione, passaggio dopo passaggio, in cui niente è lasciato all'improvvisazione o all'errore o alla distrazione di qualcuno.
Tutto è ordinato, pur esistendo fra le maglie di questo ordine prezioso e preciso la possibilità di fare dei salti di qualità, cioè di avere un margine di libertà, di autonomia. Rivolgersi allo spirito guida è come rivolgersi ad un voi stessi proiettati nel futuro - del sentire, naturalmente, se così posso dire.








Come risolvere le ansie e i problemi quotidiani?


    di GIOVANNI BORTOLI




Liberate le vostre menti dai pensieri che vi assalgono e non vi lasciano. Spesso, quando siete assaliti da una preoccupazione e non sapete come risolvere il problema che ne è all'origine, vi arrovellate su questo e non lasciate che la vostra mente inconscia elabori quel problema, portate sempre e continuamente il problema nella vostra consapevolezza, cercandolo, girandolo, affrontandolo da ogni lato. Vi accanite cercando la soluzione, e più vi accanite più vi stancate, più impedite alle facoltà della vostra mente di risolvere quel problema.
Allora, accettate un consiglio: lasciate quel vostro problema, non permettete che vi assilli e vi tolga ogni altro interesse. Non permettete che non vi dia tregua, ma accantonatelo, affidatelo alla parte inconscia della vostra mente, sè che essa possa elaborarlo e, quando nuovamente lo prenderete in esame, la parte cosciente possa suggerirvi la soluzione migliore.

Quello che io vedo in voi è il soffermarvi si problemi, ed affrontarli a testa bassa, senza un attimo di tregua, volendoli risolvere subito, ad ogni costo. Anche se è un problema che riguarda il vostro stato interiore, l'intimo del vostro essere, può darsi che il trascorrere dei giorni segni un cambiamento di questo vostro intimo ed un mutarsi, quindi, degli aspetti del problema. Se poi è un problema d'ordine materiale, non serve volerlo risolvere ad ogni genere, deprimendosi, ma lasciate che il tempo lo decanti, lo mostri in tutti i suoi aspetti, che al momento possono sfuggirvi, e quindi affidatelo alla parte inconscia della vostra mente, sicchè, volta a volta che questi aspetti si mostrano e meglio si visualizzano, voi possiate meglio abbracciare tutto il problema, e meglio risolverlo, tranquillamente, serenamente.

Molto spesso, quelle che sono soluzioni inaspettate possono giungere da un momento all'altro; e quelle soluzioni che credete non vi siano, perchè non le vedete, vengono senza neppure darvi il preavviso. Perciò, cercate sempre di mantenere la vostra psiche distesa: non sovraffollatela, non sovraccaricatela, non sforzatela, ma lasciate che lavori in una giusta tensione. Quando non siete nelle condizioni psichiche adatte per risolvere quel problema che vi assilla, ponetevi prima nelle condizioni giuste. Calma! Non lasciatevi trasportare dai vostri problemi, ma siate voi quelli che li dominano, li affrontano; non siate pessimisti, nel senso di darvi per vinti e concludere che questi problemi non possono essere risolti.
Molto spesso la soluzione viene. Ma, se viene, viene sempre più facilmente nella tranquillità interiore, non nell'agitazione, in quel fermento che non fa altro che mettervi fuori strada, non fa altro che portarvi lontano da un terreno dove, invece, i problemi possono trovare la giusta fine.




LA VITA....


di GIOVANNI BORTOLI






“.... tu avrai capito la vita non quando tu farai il tuo dovere in mezzo
 agli uomini, ma quando lo farai nella solitudine.

Non quando, pur raggiunta la notorietà, potrai avere una condotta
esemplare agli occhi degli uomini, ma quando l'avrai e nessuno lo saprà, neppure te stesso.

Non quando tu farai il bene e ne vedrai gli effetti, ma quando lo farai e
non ti interesserà avere gratitudine, nè conoscere l'esito del tuo operato.

Non quando tu potrai aiutare efficacemente e disinteressatamente, ma
quando aiuterai pur sapendo che il tuo aiuto a nessuno serve, neppure
a te stesso.

Non quando tu ti sentirai responsabile di tutto ciò che fanno i tuoi simili, ma quando conserverai intatto il senso della tua responsabilità, pur sapendo d'essere l'unico uomo al mondo.
Non quando tu avrai compreso che tutti gli esseri hanno gli stessi tuoi
diritti, ma quando tratterai l’essere più umile della terra come se fosse
Colui che ha nelle Sue mani le tue sorti.

Non quando tu amerai i tuoi simili, ma quando tu stesso sarai i tuoi simili e l'amore






ORTOCHERATOLOGIA: le lenti che agiscono di notte


di GIOVANNI BORTOLI




Le lenti per ortocheratologia correggono il tuo difetto visivo (miopia, astigmatismo,ipermetropia, presbiopia) mentre dormi, permettendoti di vedere bene ad occhio nudo quando sei sveglio.


A differenza delle normali lenti a contatto, le lenti per ortocheratologia non si indossano la mattina, ma la sera prima di andare a dormire.
In questo modo potrai vedere bene ad occhio nudo, anche senza le lenti a contatto e senza occhiali per tutto il resto della giornata.
Dopo il primo periodo di adattamento, l'effetto dura fino  a sera, ma rimane reversibile.
Mettendo le lenti ogni notte, vedrai bene per il tutto il giorno.
Se decidi di interrompere l'uso delle lenti, il tuo occhio, in breve tempo, ritornerà nelle  sue condizioni iniziali. 


L'ortocheratologia è adatta a tutti?


Allo stato attuale l'ortocheratologia non può correggere tutti i difetti della vista.
I migliori risultati si possono ottenere per miopie fino a 6 diottrie e lievi astigmatismi.
L'applicazione di lenti per ortocheratologia è controindicata in tutte le condizioni oculari che non consentono l'uso di lenti a contatto di tipo convenzionale.
Solo dopo una visita specialistica e dopo alcune prove preliminari, il tuo contattologo ti confermerà se sei un soggetto idoneo all'uso delle lenti per ortocheratologia. 


In quanto tempo si ottengono i risultati?


Già dopo la prima notte di utilizzo delle lenti potrai notare risultati evidenti.
I tempi necessari per ottenere la  correzione completa del difetto visivo, con risultati durevoli per tutta la giornata, variano da soggetto a soggetto tenendo conto del grado di ametropia da correggere.


L'ortocheratologia è sicura?


L'utilizzo di qualsiasi lente a contatto comporta una minima percentuale di rischio.
Non ci si aspetta che l'uso di questo tipo di lenti per ortocheratologia comporti rischi sostanzialmente maggiori rispetto a quelle convezionali.
L'uso di lenti a contatto è sicuro solo  se ci si sottopone a controlli periodici e si rispettano scrupolosamente le regole di utilizzo e di igiene indicate dallo specialista.
Le lenti che vengono usate oggigiorno per l'ortocheratologia sono lenti molto sofisticate, che lasciano arrivare all'occhio l'ossigeno necessario anche quando la palpebra è chiusa.
La loro forma "a geometria inversa"è studiata appositamente per modellare la cornea senza danneggiare la superficie dell'occhio. 






L'orocheratologia è una tecnica per riduzione reversibile della miopia,  di alcuni casi  di astigmatismo, di ipermetropia e di presbiopia, mediante lenti  acontatto particolari, dette "a giometria inversa".
Si tratta di lenti gas permeabili, studiate per permettere un effetto di modellamento del profilo corneale e rimanere ben centrate. Mentre indossi la lente potrai vedere  bene come se portassi la lente convezionale, quando la rimuoverai continuerai a vedere bene anche ad occhio nudo.
Leggere, ripassare una lezione, concentrarsi senza avvertire stanchezza a fine giornata.

















domenica 11 dicembre 2011

Più di ogni cosa contano gli affetti

















Giovanni bortoli DOMENICA 04 DICEMBRE 2011
PICCOLA FILOSOFIA DI VITA

Tutti noi sappiamo che la vita è breve o meglio crediamo di saperlo. Pensiamo a volte alla morte, soprattutto dei nostri cari, se anziani, ma in fondo viviamo come se la nostra quotidianità e il nostro mondo famigliare potessero restare così per sempre. Ci affanniamo e filosofeggiamo su quanto la quotidianità e i ritmi di oggi siano stressanti, perdendoci così l’unica cosa certa e assaporabile della vita: il presente. L’unica cosa che nessuno ci può togliere. Quella cosa che non ci godiamo mai perché siamo sempre presi da mille pensieri e dall’incombenza successiva da svolgere.
Fino a che la morte non bussa sogghignando alla nostra porta o a quella dei nostri cari, ricordandoci senza troppi convenevoli quanto tutto sia mutevole in un attimo.
Perciò vi dico, abbracciate i vostri cari, ma fatelo subito,  perché la vita non aspetta. Trovate il coraggio di dire quello che provate o pensate a chi vi è più caro, soprattutto ai genitori, con i quali a volte ci sono delle remore a parlarsi col cuore in mano.
Perché la vita non guarda in faccia a nessuno e la nuova alba potrebbe stravolgere tutto senza preavviso.
Il resto è secondario. Solo gli affetti contano. E i ricordi saranno nel nostro cuore per sempre.




sabato 10 dicembre 2011




I Sofisti sono attuali?


Discorsi duplici si fanno in Grecia da parte dei cultori di filosofia intorno al bene e al male. Gli uni sostengono che altro è il bene, altro è il male; altri invece, che sono la stessa cosa; la quale, per alcuni sarebbe bene, per altri, male; e per lo stesso individuo, sarebbe ora bene, ora male. 
Quanto a me, io mi associo a questi ultimi; e ne ricercherò le prove nella vita umana, le cui cure sono il mangiare, il bere, e i piaceri sessuali; poiché questi soddisfacimenti per l'ammalato sono un male, ma per chi è sano e ne ha bisogno, un bene. Pertanto, l'abuso di essi è male per gl'incontinenti, ma per chi li vende e ci guadagna, è un bene. E così la malattia per i malati è un male, ma per i medici è un bene. E ancora, la morte per chi muore è un male, ma per i venditori di tombe e per i becchini è un bene. E che l'agricoltura dia abbondante raccolto, è un bene per gli agricoltori, ma per i commercianti è male. Così pure, che le navi onerarie si scontrino e si fracassino, per l'armatore è male, ma per i costruttori è bene. E ancora, che il ferro si corroda e si ottunda e si spezzi, è male per gli altri, ma per il fabbro è bene. E che stoviglie si rompano, per gli altri è male, ma per i vasai è bene. E che le scarpe si logorino e si lacerino, per gli altri è male, ma per il calzolaio è bene.